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LA LUNA E I FALO’: STORIA DI UN PRESENTE TRADITO DAL DISVALORE DELLA GUERRA.

Aggiornamento: 21 mag 2022



“La luna e i falò” è stato l’ultimo romanzo scritto da Cesare Pavese. L’opera ha decretato la fine dell’attività narrativa dello scrittore piemontese, il quale morì suicida il 27 agosto 1950. Il testo, composto tra il 18 settembre e il 9 novembre 1949, è dedicato all’ultima donna amata dall’autore, l’attrice americana Constance Dowling, la quale non ricambiò mai i suoi sentimenti. All’interno del romanzo vi sono numerosi riferimenti autobiografici, è presente tutta la disillusione di Pavese nei confronti di un mondo ormai cambiato, deteriorato e di un’umanità che si è rivelata peggiore di qualsiasi pronostico.


L’opera ha come protagonista un uomo di cui sappiamo solo il soprannome, Anguilla. Egli, dopo essere emigrato prima in America e successivamente a Genova, ritorna nella valle del Belbo rivisitando i luoghi della sua infanzia e della sua adolescenza. Il romanzo si sviluppa su due piani temporali differenti: nel presente e nel passato. Anguilla ripercorre alcuni degli episodi più nevralgici della sua vita ponendo l’accento su come i luoghi, le persone, le tradizioni siano cambiati e solo la natura paesaggistica non abbia risentito dell’avvento della Seconda guerra mondiale. Il titolo stesso dell’opera è emblematico: nella vita contadina prebellica i falò venivano appiccati dalle famiglie nell’auspicio di un buon raccolto, per cui il fumo era indice di buone notizie, di speranza. Negli anni successivi alla guerra, al contrario, il fuoco aveva assunto una valenza del tutto differente: bruciare era sintomo di una rabbia intrinseca, di frustrazione, di un vivo sentimento di distruzione in conseguenza a una vita di miseria e di valori traditi. L’imperitura bellezza del paesaggio e la resistenza della natura sono impersonate invece dalla luna. I contadini, guardandola limpida nella notte buia, speravano che il giorno seguente fosse sereno, che il sole illuminasse il raccolto. La luna, dunque, simboleggia l’intramontabile speranza. Anguilla non crede più nella luna o, forse, non sa più guardarla. A risvegliare in lui la fiducia in essa vi è Nuto, un amico di vecchia data che, al contrario del protagonista, non si è mai allontanato dalla terra natìa. Anguilla nutre profonda stima nei confronti di Nuto, un uomo dai valori saldi che ha lottato in difesa della libertà affianco ai partigiani negli anni della Repubblica di Salò. Dopo il ritorno di Anguilla nelle Langhe, i due trascorrono molto tempo insieme ricordando il passato e raccontandosi le loro ideologie, il loro vissuto.


“E fu allora che Nuto calmo calmo mi disse che superstizione è soltanto quella che fa del male, e se uno adoperasse la luna e i falò per derubare i contadini e tenerli all’oscuro, allora sarebbe lui l’ignorante e bisognerebbe fucilarlo in piazza. Ma prima di parlare dovevo ridiventare campagnolo.”

Il protagonista, in un dialogo con l’ex partigiano, ammette di essere fuggito in America poiché in contrasto con l’ideologia fascista in fermento negli anni precedenti al conflitto. Nuto non accetta di buon grado la decisione di Anguilla, ma ritiene più stimabile la fuga del suo amico piuttosto che l’indifferenza alla guerra e al fascismo di molti.

“Nuto non avrebbe mai chiesto se quella guerra era servita a qualcosa. Bisognava farla, era stato un destino così. Nuto l’ha molto quest’idea, che una cosa che deve succedere interessa a tutti quanti, che il mondo è mal fatto e bisogna rifarlo.”

La guerra, già presente in altre opere di Pavese, viene trattata nelle pagine de “la luna e i falò” in vesti singolari: è un’assenza, non viene mai raccontata dal protagonista. Anguilla ascolta Nuto parlarne e descrivere i suoi catastrofici effetti. Egli, non avendo vissuto la tragica esperienza in prima persona, si limita a trascrivere nel romanzo le parole del suo amico. Vengono dunque ricostruite alcune vicende di guerra attraverso le conversazioni tra i due amici.


“Chi ha rischiato la pelle davvero, non ha voglia di parlarne.”

Un altro grande assente/presente all’interno dell’opera è il mito, tema a cui Pavese è particolarmente legato. Il mito si associa all’infanzia e alla sua intrinseca natura idilliaca. Anguilla ricorda con un sentimento di nostalgia e tenerezza le persone e i luoghi che hanno partecipato alla sua giovinezza. La sua memoria felice interrompe il racconto di un presente tragico, mosso da tradimenti, orrori a cui pare non esserci rimedio. È facilmente deducibile la visione pessimistica di Pavese, il quale rimase convinto fino alla sua morte che l’uomo fosse dominato da un destino tragico.


“A mezzogiorno era tutto cenere. L’altr’anno c’era ancora il segno, come il letto di un falò.”

Lo stile utilizzato nel romanzo è perlopiù paratattico. Sono, inoltre, riscontrabili sintagmi adoperati dal mondo contadino piemontese. Pavese vuole restituire anche attraverso il linguaggio la vitalità di quel mondo originario che nel presente pare essersi perso di vista. Attraverso gli eventi narrati, Anguilla (e dunque Pavese) espone la sua visione del mondo, della vita, tutta la sua amarezza nei confronti di un luogo che non sente più come casa.


“Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. Ma non è facile starci tranquillo. Da un anno che lo tengo d’occhio e quando posso ci scappo da Genova, mi sfugge di mano. Queste cose si capiscono col tempo e l’esperienza. Possibile che a quarant’anni, e con tutto il mondo che ho visto, non sappia ancora cos’è il mio paese?”

Con “La luna e i falò” Cesare Pavese ha confermato il suo indiscusso estro narrativo. I molteplici significati e valori riscontrabili all’interno di un testo ricchissimo non possono essere completamente ridotti in questa sede. Sebbene si stia parlando di un romanzo lontano da noi da un punto di vista storico, credo sia necessario approcciarsi a esso in quanto qualsiasi lettore ha la possibilità di specchiarsi, guardarsi profondamente. Ogni sentimento, ogni pensiero descritto dall’autore ci appartiene, è anche nostro.


Chiara Pizzulli.

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