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Our Two Cents su L'unica persona nera nella stanza

Aggiornamento: 29 gen

L'unica persona nera nella stanza è il titolo di un libro scritto da Nadeesha Uyangoda e pubblicato dalla casa editrice 66thand2nd. Si tratta sostanzialmente di un libro sul razzismo in Italia e, spoiler, sì l'Italia è un paese razzista e il fatto che si immagini il contrario peggiora sostanzialmente il problema.


«Ritengo che l’identità di una persona possa essere singola o multipla, individuale o collettiva, senza necessariamente far coincidere una classificazione razziale con una cultura identitaria»

L'autrice nelle sue considerazioni parte sempre dai suoi ricordi o dalla sua autobiografia e, in maniera schietta e semplice, scrive di razza, identità e immigrazione. Nel farlo, non lesina nel citare numerose fonti, dalla cronaca agli studi accademici, analizzando cosa significhi essere l’unica persona nera nella stanza. Una situazione pratica in cui l'autrice si è ritrovata spesso nella sua vita in Italia.


«mi ero ritrovata a essere l’unica nera in un gruppo di bianchi che si preparava a discutere di politica e multiculturalismo. L’Unica Persona Nera nella Stanza, in Italia, è destinata a rappresentare tutto ciò che è minoranza. E non serve a nulla che ti affanni a spiegare che un Nero Italiano di origini africane è diverso da uno di origini indiane o sudamericane o cinesi. Un Non Bianco in un gruppo di caucasici è semplicemente un Nero.»

Al di là del quotidiano scontro politico su una nuova legge sulla cittadinanza che tarda ad arrivare, nell'eterna discussione tra ius sanguinis e ius soli, si dà per scontato che il colore della pelle sia un indicatore certo del luogo di nascita, perché essere nero in Italia è, purtroppo, ancora sinonimo dell’essere straniero come se non fosse possibile per un italiano avere la pelle nera.


«Da piccola ricevevo un sacco di complimenti, secondo quella dicotomia per cui i bambini di colore sono sempre belli, poi crescono e diventano solo degli adulti extracomunitari.»

Nadeesha Uyangoda nel libro passa in rassegna moltissimi temi: le coppie miste, il colourism, la tendenza delle persone nere a sbiancarsi il colore della pelle per rientrare nei canoni estetici occidentali, la discussione sulla cittadinanza e ovviamente il razzismo anche quello a cui ormai ci siamo così tanto abituati da non riuscire più a notarlo.


«Negli ambienti culturali italiani i neri non esistono, o meglio: esistono come oggetto del discorso, quasi mai come soggetto».

E questo è un passaggio fondamentale nel libro, perché l'autrice dimostra come in Italia la rappresentazione del diverso sia molto più marginalizzata rispetto ai paesi anglosassoni, Uk e Usa innanzitutto. Le presenze che il grande ventaglio Bame, ovvero Black, Asian and Minority Ethnic, vive quotidianamente nei dibattiti televisivi, nelle serie, nei film sono, quando va bene, poche e sostanzialmente di facciata.

Questo libro, in un certo senso, ricorda quella serie dal titolo Dear White People e la narrazione di Nadeesha Uyangoda, mischiando letteratura, cinema, documentari, esperienza diretta, cronaca giornalistica risulta un ragionamento lucido e appassionato di chi con quel razzismo insito nella società italiana ci ha avuto e ci ha a che fare, raccontando in che modo il colore della pelle sia ancora un metro di discriminazione.


«La razza, una cosa che esiste e non esiste allo stesso tempo, è l’elemento che più ha definito la mia esistenza. Io sono la mia pelle, i miei capelli, il mio nome, sono le tradizioni dei miei genitori. Ho sfregato via quanto di me era possibile, eppure la razza è rimasta con me, nel mio passaporto che sembrava non superare mai i controlli d’ingresso in aeroporto, nelle ispezioni “casuali” oltre le casse automatiche dei supermercati, nel tu dell’impiegato di banca che ritornava al lei col cliente successivo. La maggior parte delle persone bianche, al contrario, vive la propria vita come se la razza fosse qualcosa di invisibile, irreale persino. Le persone bianche guardano la televisione, sfogliano libri e giornali, si presentano a colloqui senza doversi mai preoccupare della razza, perché la loro pelle, i loro capelli, i loro nomi, la loro cultura sono lo standard. Questo libro è nato dalle esperienze che ho raccolto quando ho smesso di fuggire dalla razza.»

Come già detto, questo è un libro di esperienze su un tema complicato, per cui difficilmente si può trovare una soluzione facile e buona per ogni occasione, ma l'autrice lascia il lettore con una pratica, quella di interrogarsi su se stessi, cercando di andare oltre i costrutti mentali di ognuno, perché è proprio lì che si insinuano pregiudizi e stereotipi.


«Penso che anche il più piccolo gesto possa aiutare. Possiamo mettere in atto questi cambiamenti nei luoghi che frequentiamo, gli uffici, le scuole, i mezzi pubblici, i palchi . L’antirazzismo parte anche da un dialogo con sé stessi, sui pregiudizi e gli stereotipi che nutriamo per primi. »


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